Migranti “ambientali”: non possiamo ignorarli

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da Nigrizia.it

Migranti “ambientali”: non possiamo ignorarli

di Anna Toro

(da Unimondo)

 

Nel febbraio scorso, con una sentenza storica una giudice del Tribunale de LʼAquila, Roberta Papa, ha accolto la richiesta di asilo per motivi ambientali e riconosciuto la protezione umanitaria a un cittadino del Bangladesh, costretto ad abbandonare il proprio territorio a causa di un’alluvione. È uno dei primi casi di accoglimento di questo tipo di istanze in Italia. Nelle motivazioni della sentenza, si fa riferimento alla prima edizione del rapporto su “Crisi Ambientali e Migrazioni Forzate”, a cura dell’associazione A Sud e del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA). Un riconoscimento che rende ancora più importante l’uscita della seconda edizione del report, presentata a Roma il 18 dicembre 2018. “Quello che viene definito migrante economico è sempre più spesso un migrante ambientale, che ha bisogno di tutele. Ma come spiegarlo ai giudici? – ha commentato Chiara Maiorano, avvocato e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) – Succede che pubblicazioni come queste diventano per noi la spada con cui combattere, perché fungono da prova e da documentazione. La giurisprudenza a volte anticipa i tempi, e i giudici devono imparare a capire cosa sta succedendo”.

D’altronde, il report è stato creato per un motivo ben preciso: quello divulgativo. Delle migrazioni forzate per cause ambientali si parla infatti pochissimo, “perché difficili da quantificare, non tutelate dal diritto internazionale, complesse da comprendere e da spiegare”. Soprattutto, non sono funzionali alla narrazione delle classi politiche che utilizzano il tema immigrazione con un approccio per lo più “miope e criminalizzante”, basato non su numeri e dati verificabili ma sul “rischio percepito” dalla popolazione. Ossessionati dalla retorica delle “ondate” e dalla cosiddetta “invasione”, ci dimentichiamo che la realtà dei flussi migratori verso l’Europa, connessi a guerre, persecuzioni politiche e povertà estrema nei Paesi d’origine, è molto più complessa. Ci dice ad esempio che i rifugiati nel mondo – stimati dall’Unhcr tra i 14 e i 15 milioni – sono ospitati in grandissima parte da Paesi extraeuropei. E che nel 2017 ci sono stati nel mondo 30,6 milioni di sfollati interni, più del numero dei rifugiati internazionali. “Di questi, più della metà, 18,8 milioni, il 61%, a causa di calamità naturali. E la stragrande maggioranza è rappresentata da persone costrette a fuggire da eventi climatici estremi” spiega il giornalista Salvatore Altiero, che ha collaborato al report. A disastri e calamità naturali bisogna però aggiungere le migrazioni forzate per cause ambientali più direttamente connesse a fattori di origine antropica: “Dighe, progetti di sviluppo urbano e mega-eventi, sono all’origine di decine di milioni di sfollati, seppur diluiti nel tempo e interagendo con altre concause naturali o antropiche” si legge nel report. Un problema che riguarda il pianeta nel suo complesso e che va a “sconquassare l’ottica eurocentrica con cui si tende a guardare alle migrazioni”.

L’Italia stessa non è esente da questo problema (non a caso il report vi dedica un ampio focus), con il suo territorio fragile, predisposto principalmente al rischio idrogeologico e sismico. Ma non solo: “Una fragilità che sconta, dagli anni Sessanta (gli anni del miracolo economico), una cattiva gestione del territorio”. Forse non tutti sanno – ma molti lo stanno toccando con mano – che in Italia “il 91% dei comuni è a rischio, e oltre 3 milioni di nuclei familiari risiedono in aree ad alta vulnerabilità”. Ovvero: il rischio di diventare migranti ambientali riguarda anche noi. Il report parla di urbanizzazione selvaggia (anche in zone a rischio idrogeologico e sismico), così come di vaste aree contaminate dall’industria, del degrado delle periferie, della cementificazione della linea di costa. Scelte scellerate, spesso causa di disastri come quello della diga del Vajont, in cui circa 2.000 persone persero la vita. Vent’anni dopo, l’alluvione che ha colpito i comuni campani di Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello diventerà il simbolo dell’Italia che “non impara niente dal passato”. Ampio spazio nel report è poi dedicato al terremoto dell’Aquila del 2009 e al progetto di ricollocazione degli sfollati in un nuovo centro, “attraverso una decisione amministrativa che ha escluso la comunità locale dal processo decisionale”. Si parla del caso degli sfollati del Lago Omodeo in Sardegna, che hanno dovuto sacrificarsi per la costruzione della diga di Santa Chiara, così come dell’attività petrolifera dell’Eni in Basilicata, generatrice di “uno sviluppo distorto, che porta in alcuni casi le persone a cercare un futuro migliore in altre zone”.

Difficile non azzardare un parallelismo con le attività di estrazione del petrolio sul Delta del Niger da parte di multinazionali del petrolio (tra cui la stessa Eni/Agip) che anche in quel territorio hanno procurato gravi danni ambientali, sociali ed economici. Non a caso, la Nigeria figura ai primi posti tra i Paesi di cittadinanza delle persone in cerca di asilo e protezione internazionale in Italia, ma a cui spesso questa protezione viene negata. Un pattern che si ripete negli altri paesi di arrivo che, con le proprie politiche di accoglienza, negano i diritti dei migranti: spesso sono gli stessi Paesi in cui hanno sede grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire. Perché non c’è solo la guerra. Anzi, spesso le cause delle migrazioni sono interconnesse: quelle ambientali con quelle relative a fattori economici, sociali o alle conseguenze di guerre e violenze, soprattutto nel caso dell’Africa Subsahariana. E se da una parte si nega il diritto fondamentale alla mobilità, dall’altra si rende necessaria l’introduzione di sempre più categorie – come quella del migrante climatico – almeno per poterle difendere. Un contesto che il regista Andrea Segre durante la presentazione del report ha definito “schizofrenico”.

Ma finché non si scardina, bisogna farci i conti, così come anche il migrante ambientale non può più essere ignorato da chi ha la responsabilità di proteggerlo. Perché se è vero che le crisi ambientali colpiscono sempre più anche l’occidente sviluppato, è anche vero che nella parte più ricca del pianeta si hanno più risorse e strumenti per difendersi, almeno per ora. E’ anche per questo che, secondo gli autori del report, la narrazione dell’Antropocene appare ormai limitata: connette sì tale cambiamento climatico all’azione umana, ma lo fa in astratto. Al suo posto subentra il “Capitalocene”, una lettura più politica, in grado di collegare i contesti e le responsabilità: “pone in evidenza il cambiamento climatico come prodotto storico dei rapporti di produzione e consumo, di potere ed economici che hanno condotto l’umanità all’attuale rischio di estinzione”.

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Che cosa sono i limiti

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Che cosa sono i limiti

(estratto da Luca De Biase, Apocalittici e integrati nell’epoca dell’intelligenza artificiale, clicca per leggere l’articolo completo)

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Luca De Biase

L’Economist ha calcolato – ricorda Floridi – che la dimensione dei tacchini nell’ultimo secolo è aumentata progressivamente, grazie a migliori allevamenti, cure più efficaci e incroci. E per quanto riguarda il futuro, ha calcolato che se continuano a crescere così finiranno per essere grandi come gli umani in 150 anni e in 6mila anni saranno tanto grandi che il pianeta sembrerà piccolissimo. Ovviamente l’intento di questo paradosso era quello di farsi beffe dei sostenitori dell’approccio esponenziale alla previsione del futuro. Non esistono fenomeni esponenziali che proseguono all’infinito, perché prima o poi arrivano a un limite. Il limite che Floridi ricorda per le capacità del calcolo è nei problemi indecidibili. Ma in realtà esistono problemi fisici che pongono limiti alla crescita della potenza dei chip, esistono problemi culturali che pongono limiti alla crescita del software, esistono problemi climatici che pongono limiti alla crescita economica industriale basata sul consumismo di risorse limitate, e così via. La curva esponenziale prima o poi piega verso l’asintoto e si trasforma in una curva logistica. È l’ecologia che prende il sopravvento. Tenerne conto smantella l’idea di poter prevedere il futuro con lo stile dei singularitariani che banalizzano il futuro come il tempo in cui le curve esponenziali avranno schiacciato ciò che c’è oggi all’infinitamente piccolo o all’infinitamente obsoleto. L’ecologia impone un approccio più sano alla conoscenza. Accetta la complessità. E va a guardare i particolari per cercare una visione generale. Rispettando tutte le specie, tutte le dinamiche, tutte le nicchie eco-culturali… Anzi leggendo nella diversità la vera ricchezza di opportunità.

I singularitariani sono pericolosi più della macchina che prevedono: perché inducono a pensare a un futuro che non esiste e ad attrarre nella loro ideologia molti decision maker, perdendo di vista l’equilibrio dinamico della diversità e distruggendo il rispetto per le varie culture. Ma soprattutto sono compatibili con un’altra e più grave visione fideisticamente esponenziale: quella della finanza che vive dell’idea che la crescita economica sia infinita e illimitata.

Quell’ideologia che dovrebbe aver dimostrato tutta la sua strumentale grettezza con la serie di crisi economiche e culturali generate dalla speculazione finanziaria e dal consumismo insensato si basa sull’idea che la crescita infinita del Pil sia la risposta a tutti i problemi e che sia possibile purché il mercato sia lasciato autoregolato e purché le aziende non incontrino limitazioni normative sulla loro strada. È un’ideologia molto meno innocua dei quella dei singularitiani anche se questi la servono, consciamente o inconsciamente.

Fin dagli anni Settata, i limiti dello sviluppo sono entrati nella consapevolezza dell’umanità, grazie agli studi del Club di Roma e dell’Mit. Ma l’ideologia che scambia la teoria del mercato autoregolato per una realtà, che suppone che la concorrenza perfetta sia possibile e provochi la migliore allocazione delle risorse, che pensa che riducendo sempre e comunque il ruolo dello stato si possa far fiorire l’economia, è riuscita a creare le condizioni ideologiche perché gli umani non decidessero in favore del pianeta e della vita sulla Terra ma solo a favore delle imprese capitalistiche. Il mercato – come insegnava Fernand Braudel – non è il capitalismo. Il capitalismo è tutt’altro, anche se una magnifica operazione di “rebranding” ha fatto in modo che l’Occidente cominciasse a chiamare mercato quello che prima era chiamato capitalismo.

In effetti, il capitalismo che si nasconde dietro l’ideologia del mercato è tutt’altro che concorrenziale. Il capitalismo è il petrolio, il tabacco, le armi, le superbanche d’affari americane. Il capitalismo non è contro lo stato: ha bisogno di leggi che lo assecondino, ha bisogno di uno stato amico. Che nel suo caso è uno stato che fa la guerra, rallenta la trasformazione del sistema energetico verso le fonti rinnovabili, abbassa le tasse per i più abbienti e le imprese, accetta prebende e sostegno politico per i candidati amichevoli. Il capitalismo è fatto di grandi corporation che non fanno altro che sfruttare il loro gigantismo per costruire condizioni di profitto esagerato per sé, per i loro azionisti e per i loro ceo. I loro vantaggi sono considerati un effetto collaterale della crescita infinita che esse stesse dicono di garantire. E per trovare sempre nuovi mestieri da affidare alle corporation chiedono e ottengono privatizzazioni, liberalizzazioni, detassazioni all’infinito: sulla scorta dell’idea che comunque lo stato è ingiusto e inefficiente. Salvo poi chiedere allo stato di ricostruire il loro patrimonio quando lo distruggono in operazioni insensate come è avvenuto nella fase di parossismo indebitatorio precedente la crisi del 2007-2008. Seguono una logica che ormai sembra a sua volta una macchina. Nel corso della crisi del 2008, come mostra Andrew Ross Sorkin nel suo libro “Too big to fail”, i grandi capi delle mega banche si dichiarano impotenti di fronte allo scoppio della bolla dei mutui che si trasforma nella più grande catastrofe finanziaria dal 1929. Segno che anche loro pensano che il sistema sia andato fuori controllo. Ma anche quella spiegazione, nonostante tutto, è fantascienza.

Che cosa è improbabile

L’improbabile è che una macchina prenda il controllo del mondo e scalzi gli umani dalla loro posizione di dominio del pianeta. Ciò che è probabile è che gli umani facciano macchine che distruggono il pianeta e sé stessi. L’economia finanziaria speculativa è una di queste macchine.

È implausibile che una macchina voglia il potere. È plausibile che un ceto dominante voglia mantenersi al potere usando ogni mezzo, compreso quello di affidare la propria difesa alla macchina della speculazione finanziaria, al consumismo senza senso e ai social network manipolatori. Tutte le “macchine” che creano dipendenza e riducono il senso critico sono bene accette. È plausibile che la nuova guerra per l’egemonia globale avvenga attraverso la propaganda strutturale della disinformazione partecipata e la sorveglianza illegittima. È plausibile che il gigantismo di certe corporation capitalistiche sia eccessivo. Non è plausibile che queste macchine siano totalmente fuori controllo. Non è plausibile che gli umani non possano farci niente per correggere il tiro.

I nemici degli umani non sono i meccanismi ma gli umani stessi che li progettano, li mantengono in funzione, non li cambiano.

Il problema è che per cambiare questi meccanismi ci vuole tempo. E occorre avere una visione complessa. Impegnarsi per capire. Impegnarsi per trovare un consenso intorno ad analisi che richiedono attenzione. Gli avversari hanno gioco facile a sparare cavolate facili che fanno presa.

È tempo che anche i costruttori di una convivenza più decente imparino a parlare con semplicità. Ammettendo la complessità. E trovando la semplicità. Ma questa è un’altra storia.

Decrescita non è recessione. Tav non è progresso

di Maurizio Pallante

 

Sono arrivato alle 17 in una piazza Castello già gremita, tant’è che ci incitavano ad avvicinarci verso il palco per consentire di entrare a coloro che stavano arrivando. Ero partito alle 14,15 e la parte finale del corteo aveva appena lasciato la piazza del concentramento iniziale, davanti alla vecchia stazione di Porta Susa. L’ingresso in piazza Castello riservava un colpo d’occhio incredibile a chi, salendo su uno dei blocchi di cemento utilizzati per impedire il transito delle automobili, riusciva a superare l’altezza media delle persone che già la riempivano, a sinistra tra la facciata di Palazzo Madama e la cancellata di Palazzo Reale, a destra tra la fiancata di Palazzo Madama e i portici oltre via Roma. Alle spalle, per tutta la lunghezza di via Pietro Micca che si riusciva a vedere, la strada era piena di persone che continuavano ad affluire. Mi ero fermato a metà del percorso per oltre 40 minuti, aspettando d’inserirmi nello spezzone del corteo in cui stavano sfilando gli iscritti al Movimento per la Decrescita Felice. Era dietro uno striscione artigianale preceduto da un furgoncino in cui due DJ sparavano canzoni ballabili di cantautori italiani che inducevano i manifestanti a procedere a passo di danza. Continua a leggere Decrescita non è recessione. Tav non è progresso

Giornata internazionale contro le grandi opere. Manifestazioni #8dicembre

8 Dicembre 2018

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LE GRANDI OPERE INUTILI E IMPOSTE E PER LA DIFESA DEL PIANETA

8DICEMBRE

MANIFESTAZIONE NO TAP

MELENDUGNO (LE), PIAZZA PERTINI – ORE 9.00

INFO NO TAP

EVENTO FACEBOOK

***

MANIFESTAZIONE NO TAV

TORINO – ORE 14.00

INFO NO TAV

EVENTO FACEBOOK

***

MANIFESTAZIONE NO MUOS

NISCEMI (CL), MARINNUZZA LARGO SPASIMO – ORE 15

INFO NO MUOS

EVENTO FB

 

 

COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO TAP

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Siamo a un punto di non ritorno. Desertificazione, carestie, incremento esponenziale dell’inquinamento atmosferico, migrazioni e malattie, sono eventi che impongono a tutti, anche ai più scettici, un cambio di rotta. E la responsabilità principale di tutto questo E’ NOSTRA! Stiamo distruggendo un Pianeta che ci ospita, del quale dobbiamo imparare a capire che siamo parte integrante e non dominatori.

Tutta Italia, in questa data, si sta mobilitando in difesa della terra e dei diritti di chi la abita. E proprio oggi, il Salento UNITO deve ribadire il suo NO ad una strategia energetica che sta distruggendo le vite e le coscienze di questo territorio. Dall’Ilva a Cerano, da Colacem ad Avetrana, dal caso xylella allo scandalo dei rifiuti interrati, per arrivare infine a TAP: sono tutte opere e strategie che stanno martoriando la nostra terra, incolpevole spettatrice dell’abominio umano. Non possiamo voltarci dall’altra parte, non possiamo lasciare che le multinazionali giochino con la nostra vita per il mero interesse economico di pochi.

E’ qui a Melendugno che chiamiamo a raccolta cittadini, associazioni, movimenti: TUTTE le realtà salentine in lotta, l’8 dicembre, in contemporanea con decine di mobilitazioni in tutta Italia, dovranno essere qui per ribadire che NON abbiamo bisogno di opere calate dall’alto, che NON abbiamo bisogno di multinazionali veneranti il Dio denaro, che NON vogliamo che il sistema estrattivista dilaghi in ogni angolo del mondo! Salento RIBELLATI!

Si chiede un cambio di rotta rispetto ad un paradigma energetico e produttivo, per il diritto al clima e alla giustizia climatica, per favorire cooperazione e convivenza sociale. 

TAP è solo l’ultima, in ordine cronologico, delle opere inutili e imposte, che tendono a variare gli equilibri climatici di questo pianeta: non possiamo accettarlo, perché ai nostri figli dobbiamo lasciare in eredità un mondo migliore rispetto a quello che ci è stato tramandato.

Gridiamo, ancora una volta, tutti uniti, che non ci renderanno MAI complici, che la nostra autodeterminazione va ben oltre la loro sete di potere! Tutte le lotte nazionali, unite nell’unico grido che “LE RESISTENZE NEI TERRITORI DIFENDONO E RILANCIANO IL PAESE E IL FUTURO DEL PIANETA”!

 

COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO TAV

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Il Movimento No Tav da quasi 30 anni promuove le ragioni dell’opposizione alla Torino-Lione, con manifestazioni, azioni di lotta, studi e documentazioni, libri e conferenze pubbliche.

Dal principio si è chiesto un confronto tecnico che, privo di pregiudizi ed interessi di sorta, potesse confrontarsi sui dati e prevedere tra i diversi esiti quello dell’”opzione zero”. Tutto questo non è mai stato permesso dai vari governi che negli ultimi trent’anni si sono susseguiti nel nostro paese, senza alcuna distinzione di bandiera od orientamento. Per contro, laddove le ragioni non venivano ascoltate, si è deciso di imporre l’opera con la forza, sulla testa di decine di migliaia di valsusini.

In queste ultime settimane, partiti, sindacati e lobby industriali e di categoria con l’appoggio sfrontato e interessato di tutti i maggiori media, hanno deciso di attaccare il movimento No Tav, a livello ideologico, negando quelle ragioni documentabili per anni diffuse e pensando di strumentalizzare una vicenda tanto delicata quanto fondamentale per il futuro del nostro territorio e delle nostre vite.

C’è chi cerca di nascondere le proprie responsabilità sul saccheggio e la devastazione dei nostri territori, su una politica dei governi che non ha investito sulla messa in sicurezza e sulla tutela dell’ambiente, sullo sperpero di risorse pubbliche a favore di grandi opere inutili togliendo risorse a sanità, emergenza abitativa, welfare, scuola, ricerca e lavoro.

Mentre in Italia si continua a morire per il maltempo e intere aree del paese vengono messe in ginocchio, c’è ancora chi nega quale siano le vere priorità della collettività, provando a mettere avanti a tutto gli interessi delle grandi aziende e dei profitti di pochi.

Non ci siamo mai fatti ingannare e continueremo a lottare per la nostra terra e per un modello di sviluppo sostenibile per tutti.

Pertanto comunichiamo che l’8 dicembre 2018, data storica per il nostro movimento, scenderemo nuovamente in piazza a Torino per una grande manifestazione No Tav.

In contemporanea a noi, poiché l’8 dicembre dal 2010 è la Giornata Internazionale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e in difesa del pianeta, molti altri movimenti sul territorio italiano si mobiliteranno per la tutela dei territori e contro lo spreco di risorse pubbliche.
C’ ERAVAMO, CI SIAMO E CI SAREMO SEMPRE.

COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO MUOS

 

no muosIl Movimento No Muos partecipando all’assemblea indetta a Venaus dal Movimento No Tav il 17 novembre, così come è stato presente nei precedenti incontri a Venezia e Firenze, indice per l’8 dicembre a Niscemi, in linea con il percorso di unione delle lotte territoriali, una manifestazione in occasione della Giornata di lotta europea contro le Grandi Opere Inutili e Imposte.

Il MUOS e tutta la base militare, che insiste all’interno della Riserva naturale Sughereta di Niscemi, è una grande opera imposta che subiamo da decenni e contro la quale la parola fine non è ancora arrivata. Anche le guerre e l’industria militare sono responsabili dei continui attentati all’ambiente, naturale e umano, di cui paghiamo le conseguenze già adesso in termini di cambiamento climatico e migrazioni forzate.

A questo si aggiunge il pericolo bellico che rappresenta il MUOS in territorio siciliano. Grazie alle altre basi presenti: Sigonella, Augusta, Trapani, ecc., il ruolo di questa terra come punto fondamentale del sistema imperialista USA è sempre più evidente. Dalla Sicilia ogni giorno si fa la guerra in qualche angolo del Pianeta.

Lottare contro il MUOS vuol dire lottare contro un sistema di cose che ha come obiettivo l’imposizione di un ordine politico ed economico (quello capitalistico e liberista) attraverso la forza militare e desiderare una Sicilia smilitarizzata vuol dire smascherare la tendenza alla guerra dello stato italiano e dei suoi alleati e padroni.

Spendiamo ben 68 milioni di euro al giorno per le attività militari, quando mancano servizi primari per le persone, gli ospedali chiudono, aumentano le tasse, le strade e le montagne franano, la percentuale di disoccupazione e povertà è alle stelle, l’emigrazione ritorna massiccia. Mentre le spese militari aumentano, quelle sociali diminuiscono.

Il governo attuale, in linea con i precedenti, continua a illudere i cittadini, e mentre non dà lavoro e servizi, fa dietrofront sulle grandi opere come TAV e TAP, e su Grandi Navi a Venezia e la Base Dal Molin a Vicenza, proseguendo nei rapporti di sudditanza verso gli Stati Uniti, mentre sul MUOS gioca su annunci a effetto senza però chiedere realmente di smantellare questo sistema satellitare militare.

Noi crediamo nell’autodeterminazione dei popoli e siamo fermamente convinti che l’unica forza che può fermare il MUOS è il muscolo formato da giovani, da donne e uomini, lavoratori e disoccupati, anziani e bambini.

Da Nord a Sud, da Est a Ovest, la difesa dei territori contro i continui attacchi da parte di questo sistema politico ed economico che ha come obiettivo il cieco sfruttamento di molti e il benessere di pochi, è incapace di prendere direzioni diverse. Per questo spetta a tutti noi, che abitiamo i nostri territori, continuare a farci sentire e proteggere con la nostra partecipazione attiva le persone, l’ambiente e la natura che ci circondano, per migliorare la nostra condizione sociale.

Sappiamo che ogni bandiera NoMuos alzata in cielo, è sorella di quelle NoTav, NoTap e di tutti i NO territoriali.

Perciò indiciamo per l’8 Dicembre una grande manifestazione NoMuos a Niscemi, con partenza ore 15 dalla Marinnuzza (Largo Spasimo).

IL MUOS DI NISCEMI LO POTRÀ FERMARE, SOLO E SOLTANTO LA LOTTA POPOLARE!

We make it! Laboratorio di uncinetto creativo

Manifatture Knos, Via Vecchia Frigole, 36 – Lecce

Evento Facebook


WE MAKE IT!

Laboratorio di uncinetto creativo

amigurumi.jpgWorkshop di uncinetto per appassionati e neofiti con la tecnica amigurumi. I partecipanti apprenderanno i punti base dell’uncinetto – l’anello magico e la maglia bassa – e, con l’aiuto di uno schema che prevede l’aumento e la diminuzione delle maglie, realizzeranno all’uncinetto la propria spilla Frida Kahlo.
Il costo del laboratorio include un kit con tutto il materiale occorrente, escluso l’uncinetto n. 3, a carico dei partecipanti.
Non è richiesta nessuna competenza previa ai destrimani; i mancini devono possedere dimestichezza con l’uncinetto.


DURATA: Appuntamento unico

QUANDO: Sabato 24 novembre dalle 17.00 alle 20.00

PARTECIPANTI: Da un minimo di 5 a un massimo di 10

COSTO: € 15 (che comprende un kit materiali, a esclusione dell’uncinetto n. 3)

INFO: Titti Demi (346 6072601)

PER ISCRIVERSI: Scrivete un’e-mail a straccettierivoluzione@gmail.com con in oggetto “Laboratorio di uncinetto creativo” e nel corpo del testo nome e numero di telefono.

Le iscrizioni si chiuderanno giovedì 22 novembre.

 

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Educazione alla manualità – Progetto Naturaldurante:

Laboratorio Workshop del cactus

Salento Bio Veg

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NEW: EDUCAZIONE AMBIENTALE PER LE SCUOLE 2018/19

Il dibattito negato. I costi ambientali e sanitari del 5G

Nel dibattito pubblico dei media mainstream sul 5G, cioè sulla connessione di nuova generazione, è totalmente assente il fattore ecologico, che il principio di precauzione ratificato nel 1992 imporrebbe a tutti gli stati prima di prendere decisioni a rischio per la salute della popolazione, dei territori e dell’ecosistema. Ma non è una novità, naturalmente, anzi ormai è la regola quando ci sono interessi economici da rendere invisibili e cittadini consumatori da convincere. Per questo riteniamo necessario in questo momento focalizzare l’attenzione sui rischi evidenziati da alcuni settori della ricerca, dalla stampa libera e soprattutto dare spazio ad un crowdfunding che si propone di provocare questo dibattito negato

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Una raccolta fondi per acquistare spazi sui media mainstream (tra cui i maggiori quotidiani nazionali e i più importanti circuiti web) per informare la popolazione sui rischi del 5G: è l’iniziativa promossa da Terra Nuova Edizioni in collaborazione con il giornalista Maurizio Martucci, autore di “Manuale di autodifesa per elettrosensibili”.

Aderiscono inoltre l’Associazione italiana elettrosensibili, l’Istituto Ramazzini, l’Associazione elettrosmog Volturino, l’Associazione obiettivo sensibile, i comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, Oasi Sana e l’equipe che ha realizzato il docu-film Sensibile.

Il crowdfunding è iniziato a novembre e si concluderà il 15 dicembre.

Gli spazi pubblicitari che verranno acquistati con i proventi conterranno:

• i dati delle più recenti ricerche medico-scientifiche sul 5G come pericolo sanitario e sull’emergenza elettrosmog, ignorata dall’opinione pubblica;

• un appello al Governo italiano e agli organi politico-istituzionali in nome del principio di precauzione, per fermare la pericolosa avanzata del 5G.

Nel 2019 è prevista la partenza del 5G e la popolazione verrà irradiata da un’ondata di radiofrequenze senza precedenti; non esistono studi preliminare sul rischio sanitario.

«Il 5G prevede una copertura dell’intero territorio nazionale nel 98% del suolo pubblico» spiega Maurizio Martucci. «Ai 24.000 hot spot wi-fi pubblici e alle attuali 60.000 stazioni radio base (le antenne di telefonia mobile spesso sui tetti dei palazzi, sistemi 2G, 3G e 4G), col 5G sarà installato un imprecisato numero di mini-antenne a microonde millimetriche, quantificabili persino in milioni se diffuso dai nuovi lampioni della luce LED, riconvertiti in ripetitori wireless. E c’è pure il progetto del wi-fi dallo spazio, la messa in orbita di droni satellitari».

«Le conseguenze potrebbero portare a rivisitare i limiti soglia stabiliti per legge, portando gli attuali 6 V/m di campo elettrico al valore picco di 61 V/m, ovvero 110 volte in più della potenza oggi misurata».

 

PAGINA CROWDFUNDING

 



Studio Usa: «Con elettrosmog rischio cancro e danni al DNA». Ma il 5G avanza: cosa farà l’Oms?

Sono stati diffusi i risultati di un importante studio americano sui danni dovuti all’esposizione a elettrosmog: topi di laboratorio sono stati irradiati a intermittenza per due anni per 9 ore al giorno fra le 900 e 1900 megahertz (modulazione GSM e CDMA, 2G-3G). Risultato finale: tumore maligno del cuore (aumentato del 5-7% nei ratti maschi), tumori al cervello e danni al DNA.

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5G e aumento tumori, le ultime ricerche parlano chiaro: il pericolo esiste ed è fondato

di Maurizio Martucci

Mondiale, la posta in ballo è straordinariamente alta. Non solo nel business, ma nella tutela della salute pubblicaL’ho scritto (denunciandolo) nel mio ultimo libro inchiesta. Lo scontro è tra titani. “Era da aspettarselo – scrive su Facebook, polemizzando con la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), Fiorella Belpoggi, ricercatrice dell’Istituto Ramazzini, a capo del più grosso studio al mondo sugli effetti nocivi delle radiazioni da antenne di telefonia mobile (banda 3G) – ora chi di dovere si prenderà la responsabilità di ignorare un pericolo”.

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Territorio educante è il nuovo nome della scuola

 

 Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia

(Don Lorenzo Milani)

Forse dopo anni di pensieri, pratiche e sperimentazioni sulla cosiddetta pedagogia alternativa al modello di insegnamento classico – che va ormai stretto un po’ a tutti per un motivo o per un altro – siamo arrivati a un punto di svolta. Questo grazie anche all’aver congiunto piani differenti, quello delle micropratiche quotidiane e territoriali, quello della ricerca pedagogica a vari livelli e, diciamolo sottovoce e con cautela, quello delle istituzioni.

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Azioni di educazione sostenibile. Prendersi cura del mondo significa prendersi cura di sé