Cernobyl’ e Fukushima/ Dimenticare, perché il nucleare continui

Articolo ripreso da A – Rivista Anarchica

di Giuseppe Aiello

bobkova

 

Arkadij Filin non è il nome dell’autore, ma lo pseudonimo scelto dalle tre persone che hanno scritto questo libro Arkadij Filin – (Dimenticare Fukushima, Istrixistrix, pp. 208, € 10,00) per rendere omaggio a uno dei cosiddetti liquidatori di Cernobyl’ (quelli che hanno materialmente cercato di mettere in sicurezza e di ripulire il territorio, morendo come mosche) e stabilire in questo modo una continuità tra quelli che sono i due eventi determinanti nello svelamento delle recondite meraviglie dell’energia nucleare.

Il disastro sovietico appartiene a un mondo antico, nel quale Ucraina e Bielorussia – destinatarie della gran parte delle radiazioni – erano semplici regioni dell’Urss, tirannico impero notoriamente dotato di tecnologie arretrate e di incompetenti apprendisti stregoni che mettevano le mani in un obsoleto quanto pericoloso giocattolo che scoppiò loro tra le mani. La centrale Lenin in quel lontano 1986 sparse in giro per l’Europa e per il mondo intero gli effetti collaterali di uno sviluppo energetico che si voleva e si vuole progressivo e illimitato, suscitando una diffidenza diffusa che portò in alcuni paesi come l’Italia al blocco della costruzione delle centrali e in altri, come la Francia – da dove provengono gli autori del testo – all’allestimento di un potente apparato persuasivo volto al sostanziale oblio della catastrofe, anche grazie all’occultamento di dati, per riempire il proprio territorio di reattori “puliti e sicuri”.

Dopo venticinque anni anche i poveri nuclearisti nostrani avevano rialzato la testa ed erano ormai proiettati verso un rilancio della politica atomica quando un brutto giorno di marzo del 2011 a un terremoto si aggiunse un maremoto che investì la centrale di Fukushima sulle coste del supertecnologico e democratico Giappone. Tra l’altro i sei reattori gestiti dalla Tepco, una società giapponese, erano di costruzione della General Electric, quindi macchinari americani, roba della quale ci si può fidare. Quello che avvenne nell’impianto non è in fondo particolarmente degno di nota, essendo la semplice conferma del fatto che se ci si affida a una tecnologia scarsamente controllabile questa prima o poi andrà fuori controllo.

Molto più interessante è ciò che avvenne – e avviene ancora oggi – fuori dall’impianto. L’idea di gestione del disastro emerse nitidamente nelle parole e nelle azioni degli uomini del governo giapponese, della Tepco, dell’informazione, di tutti gli uomini di potere. Le notizie sulla gravità della situazione vennero sistematicamente minimizzate e agli abitanti della regione non fu consentito di sapere quali rischi correvano, se fosse necessario, opportuno, inopportuno o impossibile andare via da lì, quali sarebbero stati gli effetti sui bambini e sulle future generazioni. Nelle duecento pagine di questo volume il quadro viene dipinto in maniera sufficientemente dettagliata mettendo in luce aspetti che se non fossero tragici potrebbero rientrare nelle spirali comiche di un cabaret dell’assurdo. Voglio solo citare la questione della “radiofobia” tirata in ballo dal vicerettore della Facoltà di medicina il quale il 20 marzo 2011 dichiarò pubblicamente che: “Chi sorride non patirà danno alcuno dalla radioattività, questa colpirà solo chi sarà preoccupato. Se affrontate la situazione, per quanto difficile possa essere, ecco che la radioattività non vi colpirà. Ad ogni modo 100 µSv/ora non rappresentano un pericolo per la salute.” Per poi precisare in un’intervista successiva: “Grazie alla sperimentazione sui ratti sappiamo chiaramente che gli animali stressati sono quelli più colpiti dalle radiazioni. Lo stress non fa per niente bene a gente che sia stata soggetta a radiazioni. “D’altronde uno stato mentale di stress indebolisce il sistema immunitario e di conseguenza può favorire l’insorgere di alcune malattie cancerogene e non.”

Ritengo che ogni commento sia superfluo.

Oggi la parola d’ordine è, come recita il titolo – Dimenticare. Un oblio necessario per non mettere in discussione un’idea di benessere dove produzione e consumo di energia possano essere illimitati e soprattutto diretti dall’alto da tecnici dall’indiscutibile competenza. Il tutto fino alla prossima centrale che salta, chissà dove.

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