Mezzo secolo di educazione popolare

Cosa significa educare? Può esserci reciprocità tra chi educa e chi viene educato? Che tipo di relazioni esistono e quali invece è possibile costruire tra l’educazione e la società? E quali tra l’educazione e i tentativi di cambiare il mondo? Le grandi domande cui ha cominciato a rispondere, oltre 50 anni fa, Paulo Freire sono state uno degli elementi fondanti della rivoluzione mondiale del 1968 (la definizione è di Wallerstein) ma anche uno dei portati ancora molto vivi di quella rottura dell’egemonia culturale dominante. Hanno investito e investono questioni essenziali del cambiare il mondo e del costruire mondi nuovi, come l’idea che non si possa fare politica “in nome” del popolo spiegando alla gente cosa deve fare per difendere i propri interessi. In questo mezzo secolo, l’educazione popolare ha seguito molti percorsi diversi, ma una parte degli educatori ha deciso che la pedagogia critica consiste, ovunque, non nel salire verso l’alto ma nello scendere tra los de abajo
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La scuola di educazione popolare Florestan Fernandes del Movimento dei Lavoratori Sem Terra del Brasile. Una delle principali ragioni di impegno di Serena Romagnoli, la nostra compagna degli Amig@s del Mst, che ci ha lasciato nelle scorse settimane un vuoto profondo quanto incolmabile. Foto https://gernikatikmundura.wordpress.com

di Raúl Zibechi

Tra le molteplici creazioni che hanno illuminato la “rivoluzione mondiale del 1968” (concetto coniato da Immanuel Wallerstein), l’educazione popolare è una delle più trascendenti, poiché ha cambiato in profondità i modi con cui concepiamo e pratichiamo l’atto educativo, in particolare all’interno dei movimenti anti-sistemici.

Nel 1967 Paulo Freire pubblicò il suo primo libro, L’educazione come pratica della libertà, e nel 1968 redasse il manoscritto Pedagogia degli oppressi, che venne pubblicato nel 1970. Questo libro ha avuto influenza su diverse generazioni ed è arrivato a vendere l’astronomica cifra di 750 mila copie, qualcosa di straordinario per un testo teorico. A partire dagli anni Settanta, i lavori di Freire vennero dibattuti nei movimenti, che adottarono le sue proposte pedagogiche come modo per approfondire il lavoro politico dei militanti con i popoli oppressi.
Una delle principali preoccupazioni di Freire consisteva nel superare l’avanguardismo che imperava in quegli anniDifendeva l’idea che per trasformare la realtà bisogna lavorare con il popolo e non per il popolo, e che è impossibile superare la disumanizzazione e l’interiorizzazione dell’oppressione solamente con la propaganda e con discorsi generali e astratti.
In questo modo entrava in sintonia con i principali problemi legati all’esperienza dell’Unione Sovietica, ma affrontava criticamente anche i metodi di lavoro delle guerriglie nate sotto l’influsso della rivoluzione cubana. Con la quasi la totalità della generazione di militanti delle decadi del 1960 e 1970, noi eravamo fermamente convinti di rappresentare gli interessi dei settori popolari (compresi i popoli originari e i discendenti degli schiavi strappati dall’Africa), ma non eravamo neanche sfiorati dall’idea di consultarli in merito ai loro interessi e ancora meno sulle loro strategie come popoli.
Credo che l’educazione popolare sia una delle principali correnti di pensiero e di azione emancipatrici nate nel contesto della rivoluzione del 1968. Buona parte dei movimenti hanno qualche legame con l’educazione popolare, non solamente nelle loro pratiche educative e nelle pedagogie che assumono, ma soprattutto nei metodi di lavoro all’interno delle organizzazioni.

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