L’altro Messico. Il Subcomandante Marcos è tornato

“Noi non vogliamo che il governo ci tenda la mano, quello che vogliamo è che ci levi i piedi di dosso. Abbiamo dimostrato che possiamo governare e governarci meglio di coloro che lassù in alto si arricchiscono alle nostre spalle”

Uscito poco più di dieci anni fa, il documentario L’altro Messico. Il Subcomandante Marcos è tornato è un documento fondamentale da rivedere o da vedere per la prima volta.

Perché racconta tutto quello che stava succedendo nel Messico durante l’insediamento della globalizzazione capitalistica.

Perché documenta i tremendi fatti di Atenco e Oaxaca.

Perché fa luce sulle motivazioni profonde dell’EZLN, cioè del Movimento Zapatista.

Perché racconta la figura di Marcos in modo attento e anche critico, ma senza il folklorismo meschino e ignorante dei media occidentali.

Perché propone analisi lucide dal punto di vista sociale, economico e antropologico dei nostri anni.

E perché fa vedere una possibile strada per uscire dal pantano in cui siamo.

Prendetevi un’ora, ne vale la pena

 

L’altro Messico. Descrizione

 

«Qualche anno prima ancora, nello stato messicano del Chiapas, un inedito esercito di indigeni che si rifaceva ad un guerrigliero contadino morto quasi cento anni prima, Emiliano Zapata, e con a capo un eccentrico personaggio in passamontagna che si faceva chiamare Subcomandante Marcos, era riuscito ad attirare l’attenzione del mondo sul fatto che depredare territori, dissolvere comunità, imporre stili di vita univoci, blaterare di democrazia e di diritti quando si stanno compiendo genocidi, non era più una cosa che quella comunità e nessuna comunità che fosse tale poteva più accettare. Grazie alla sua lotta gli zapatisti del Chiapas riuscirono a continuare ad esistere e a crescere liberamente, ad essere comunità e non accozzaglia di individui massificati e in guerra tra loro, come sono ormai le nostre società “civili”.

Nella sua esistenza questa comunità ha continuato e continua a dire che la scelta delle armi, quando c’è stata, non è stata una cosa voluta dalla popolazione; che le gerarchie, a partire da quelle dei ricchi sui deboli, degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, sono forme della società da superare, altrimenti è inutile parlare astrattamente di diritti e di democrazia. E soprattutto affermò, e continua ad affermare, che quella cosa che gli stati ricchi hanno accettato, perseguito e chiamato “globalizzazione”, cioè la svendita del mondo, delle risorse e delle persone al potere economico e finanziario, non è semplicemente una scelta politica di cui possono parlare solo gli esperti designati, ma è una forma transnazionale di oppressione, inedita, multiforme, mutevole e complessa. E per questo il contrasto alla globalizzazione necessita di cambiamenti personali profondi e strategie collettive inedite, per funzionare. Non di proclami e bandiere del passato.

Perché quell’oppressione, quello stile di vita, quel modo competitivo e dominatore di fare le relazioni tra di noi e con il mondo non umano, ce l’abbiamo dentro, lo agiamo e lo subiamo, e non cambia se non decidiamo di cambiare»

Testo ripreso da:

C’era una volta un movimento globale, Che partiva dal personale

l'altro messico

Annunci

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...