SALENTO BIO VEG

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Corso di cucina vegetariana salentina

Per imparare a cucinare cibi veri del Sud e diversi dall’omologazione culinaria

 

 

 

Corso di cucina vegetariana basato su piatti della tradizione salentina, di per sé prevalentemente legata ai prodotti della tradizione contadina. I prodotti usati saranno per la maggior parte provenienti dai gruppi d’acquisto locali o dai mercatini biologici o legati al marchio di autocertificazione Genuino Clandestino.

Per smentire chi crede che:

  • la cucina del Sud debba essere necessariamente una tortura per il fegato
  • si possano fare dei piatti tradizionali con cibi del supermercato
  • Salento significhi pezzetti di cavallo

Progetto rivolto ad associazioni, enti pubblici, locali in genere che vogliano proporre un’esperienza di conoscenza e di pratica differenti dall’omologazione culinaria. I piatti proposti saranno piatti della tradizione salentina, si useranno quindi materie prime naturali e quanto meno raffinate e trattate possibile, in una chiave di recupero delle buone pratiche artigianali culinarie, e non di marketing bio-veg-industriale.

Info:

3460461552

progetto.naturaldurante@gmail.com

 

***

Quante storie dentro un piatto di fave e cicorie

fave e cicorie

Mi sono reso conto da un po’ di tempo che alcuni di noi maschi del Sud abbiamo un rapporto particolare con la cucina, un rapporto che mi verrebbe da definire salvifico. Ho molti esempi che mi fanno dire questo, mi viene in mente il noto Dj Don Pasta, “salentino fuggitivo” come si definisce, con i suoi progetti di musica e cucina, oppure alcuni miei amici con cui condividevo infiniti e complessi banchetti negli anni universitari e che ora sono impiegati con successo nelle cucine di mezza Europa.

Probabilmente, rispetto alle nostre coetanee e conterranee, noi non abbiamo vissuto il cucinare e lo stare davanti ai fornelli con quel senso di nausea che deriva dall’imposizione di dover fare qualcosa per tradizione, perché la storia delle mamme, delle nonne e via di lì ti costringe ad un compito, a prescindere dal fatto che ti piaccia o che tu ne sia capace. Solo perché tu fai parte di un genere che storicamente ha quella funzione sociale. Spesso, non so se a torto o a ragione, il ribellarsi a questa imposizione di genere si porta appresso il rifiuto del lavoro di cura in generale. Io so che mi sono ribellato ad un’altra imposizione di genere, opposta e complementare a questa: quella che vedeva noi maschi ordinare alle mamme e alle sorelle di farci da mangiare e di prendersi cura di noi.

Ora, per delle strane congiunture della storia, mi capita di avere amiche che a stento si sanno fare un piatto di pasta e amici dediti a fare i massai. Non tutte, e non tutti, ovviamente. Ma io sono uno di questi, è questa la verità. Mi piace dedicarmi a me e alle persone care in questo modo, mi dà un senso del tempo e delle relazioni che elude le necessità delle scadenze, sempre presenti nella nostra vita globalizzata.

Partendo da questi percorsi, questo progetto ha però una finalità più ardita e forse meno popolare, cioè quella di ritrovare nella cucina salentina antica, che per povertà era quasi esclusivamente legata ai prodotti della terra (cereali, verdure e legumi) un sapere necessario alla sopravvivenza, cioè il saper riconoscere, trasformare e valorizzare quello che serve all’essere umano per vivere bene. Che per me qui e ora significa fare rivivere questo sapere adattandolo ad una nuova situazione storica e geografica, perché non è una questione di confini e di radici identitarie, ma di contaminazioni eretiche e fruttuose.

I canti di gioia che arrivano ancora oggi da un passato pure così duro, la voglia di vita che riconosco ancora nei miei conterranei ultraottantenni e vedo sempre di meno nei miei coetanei, è legato anche a questo. A saper coltivare e cucinare un piatto di fave e cicorie. Senza ammazzare nessun essere vivente, è il mio valore aggiunto eretico. Che si sia cittadini o campagnoli.  Che si sia maschi, femmine o altro…e non importa se la cicoria sarà romana e non salentina, ma basta che dietro abbia l’amore di qualcuno o qualcuna e il rispetto della terra. 

Gianluca

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3 pensieri riguardo “SALENTO BIO VEG”

  1. La cucina, ciò che si mangia rappresenta anche quello che siamo. L’uomo è anche ciò che mangia! Soprattutto quando il soggetto è capace di scegliere, e scegliendo anche cosa mangiare, quindi, si eleva; esprimendo una nota di appartenenza, un universo interiore, condivisione e libertà. E’ però importante essere abbarbicati a radici storiche, a profumi, sapori, suoni, odori, affinché si sia capaci di reinterpretare nel presente , per il futuro. Magari deturnando e spiazzando, ma sempre forti della conoscenza. Imparare a mangiare, a cucinare, riconoscendo l’originalità e l’essenzialità del cibo, nella “società dello spettacolo” è rivoluzionario. Gli ultimi della terra, i dannati: mangiano male e hanno indici di diabete più elevati. La quantità disponibile, per giunta in offerta, del cibo spazzatura è una forma di controllo sociale, di annichilimento della coscienza. Attenzione, però, che l’alternativa non è la merendina biologica! L’assemblaggio degli ingredienti, il giusto rapporto tra carboidrati, proteine e grassi etc. determina la fruibilità salutare o meno. Non tutto il “bio”, quindi, è salutare. Mangiare è un’arte; non può essere una forma di vessazione interiore e subliminale imposta dal mercato.

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