Territorio educante è il nuovo nome della scuola

 

 Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia

(Don Lorenzo Milani)

Forse dopo anni di pensieri, pratiche e sperimentazioni sulla cosiddetta pedagogia alternativa al modello di insegnamento classico – che va ormai stretto un po’ a tutti per un motivo o per un altro – siamo arrivati a un punto di svolta. Questo grazie anche all’aver congiunto piani differenti, quello delle micropratiche quotidiane e territoriali, quello della ricerca pedagogica a vari livelli e, diciamolo sottovoce e con cautela, quello delle istituzioni.

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Di cosa parliamo quando parliamo di educazione, oggi? Parliamo innanzitutto del fatto che c’è un sentire diffuso, ormai da decenni e anche nella società italiana, riguardante i limiti del modello scolastico tradizionale. Spesso questo discorso viene messo in contrapposizione alle emergenze, cioè ai limiti strutturali ed economici a cui sono costrette le scuole a causa di tagli e carenze logistiche. Ma non può più essere così perché dietro la presunta emergenza dell’attualità c’è una condizione ormai quasi secolare che non è più rimandabile, e che sta alla base anche delle emergenze. Perché se le prime vittime di un modello competitivo e frustrante sono le alunne e gli alunni, subito dopo vengono le e gli insegnanti che sono costretti a confrontarsi con un mondo sempre più difficile.

Perché dietro la solita litania degli adulti che parlano di ragazzi svogliati e senza motivazioni c’è una società incapace di ascoltarli e a loro ostile, a partire dalla scuola. La scuola classica è stata spesso dipinta come una gabbia, dove la prima cosa che vedi ogni giorno è la nuca del compagno davanti, dove degli  esseri umani nel pieno delle loro energie come mai sarà più nelle loro vite sono costretti a sedute di quattro, cinque o sei ore, dove il sapere si impara “a fettine” ed è spesso scollegato al mondo esterno, ma soprattutto dove si impara la competizione con l’altro, la meritocrazia basata sull’obbedienza, l’apprendimento a compartimenti stagni, insomma tutto ciò che ci ha voluto rendere esseri umani frustrati e cittadini sottomessi.

“Ma quindi, tu che parli così bene, che alternative hai?”, mi dicono spesso. E parto con l’elenco di scuole libertarie, steineriane, montessoriane, naturaliste, ecologiste, asili nel bosco, esperienze parentali, eccetera eccetera. Tutte a pagamento, ovviamente, perché anche solo per assicurare uno stipendio da fame ad accompagnatori/trici le famiglie devono pagare una minima retta. Perché le tasse che paghiamo allo stato per garantire un’istruzione adeguata vanno a finire alle scuole pubbliche, concetto in sé nobile ma che contiene per la maggior parte dei casi edifici fatiscenti che attuano pratiche educative considerate fallimentari e nocive dalla maggior parte della ricerca pedagogica degli ultimi settant’anni.

Dov’è quindi il punto di svolta? È nella capacità, sempre più necessaria, di uscire dalla nicchia di pratiche slegate tra di loro e costringere la società al cambiamento. Convincere cioè il tessuto sociale che l’apprendimento non può avvenire in questo modo, solo e sempre in questo modo, principalmente in questo modo. Che i parchi, le campagne, i quartieri, i paesi, gli edifici abbandonati, gli artigiani dimenticati, i luoghi della produzione, in una parola i territori del mondo possono ospitare gruppi di bambini/e e ragazzi/e perché possano esplorare e apprendere il mondo in atto, non quello evocato artificialmente nelle aule scolastiche.

Questo significa costruire connessioni: con la Natura innanzitutto, quello che ci è stato tolto da secoli di capitalismo rendendoci animali in gabbia indeboliti e ossessionati; con le altre persone, nel momento in cui l’isolamento individuale, le psicosi, l’atomizzazione è arrivata forse a punti mai raggiunti nella storia umana, e ne sono uno specchio la dipendenza tecnologica e la socialità virtuale; con la conoscenza, che non è sapere settoriale, ma è esperienza del mondo ed elaborazione a livello razionale, emotivo, sensoriale.

libro educazione diffusa.jpgQuesto punto di svolta è stato individuato nell’educazione diffusa, che considera il territorio in cui si trova la comunità scolastica un luogo diffuso di pratica pedagogica e l’apprendimento continuo – apprendere dappertutto – la filosofia di fondo. “Un filo nelle mani di chi ha cominciato a dare spessore all’orizzonte dell’educazione diffusa perché pensa che apprendere significa prima di tutto vivere i territori per cambiare il mondo, di chi cerca i nessi tra accoglienza, apprendimento e condivisione perché non si accontenta del racconto mediatico che riduce la nostra epoca al trumpismo, di chi si ribella facendo a cominciare dalla vita di ogni giorno.”[1]

La tavola rotonda di domenica 7 ottobre La scuola senza mura[2], ospitata dal Parco dell’Appia Antica, in particolare dai locali dell’ex Cartiera di Roma, è stata voluta dal testata informativa online Comune Info, dalla Rete per la Cooperazione Educativa e dall’Asilo Bosco Caffarella, e ha visto tra gli ospiti esperienze cittadine che vanno in questa direzione: l’Associazione Genitori Di Donato, la scuola popolare Piero Bruno, lo stesso Bosco Caffarella, la cooperativa Iskra che lavora nel territorio di Monterotondo (Rm) e i due autori del libro appena pubblicato da Dissensi edizioni, Educazione diffusa. Per salvare il mondo e i bambini[3], cioè il pedagogista Paolo Mottana dell’Università Bicocca di Milano, e il presidente della Commissione cultura alla Camera Luigi Gallo.

Proprio quest’ultimo, nel suo intervento, ha spiegato come i semi che la società ha prodotto in questi anni si stiano lentamente diffondendo anche all’interno dei cosiddetti palazzi, finora naturalmente refrattari a qualsiasi tipo di discorso del genere. È in programma, in particolare, la creazione di un’equipe educativa nazionale che possa affiancare le scuole nella progettazione di interventi che mirano all’educazione diffusa e alla tessitura di nuovi rapporti tra scuola e territorio. Ci sono stati riguardo a questo anche momenti in cui la platea ha evidenziato il fallimento dell’idea e delle esperienza di questi anni dei progetti di Alternanza Scuola Lavoro, dove lungi dal creare connessioni è emersa ancora di più la sottomissione dell’idea educativa ad un mondo del lavoro visto come esterno – “alternativo” – alla scuola, e dove l’esperienza di conoscenza si è ridotta troppo spesso ad un anticipo dello schiavismo stagista a cui sono purtroppo da anni costrette le nuove generazioni dalla violenza del sistema neoliberista.

Occorre voltare pagina, e farlo ora ad un livello più allargato rispetto alle pratiche territoriali e non solo nell’ottica di fare rete, che ovviamente è la prima cosa ma che in parte è già avvenuto negli ultimi anni. Questo pensiero di fondo si è tradotto, nell’intervento di Paolo Mottana, in diverse enunciazioni forti che risultano essere il vero centro del problema educativo in Italia e non solo.

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Tutta la società deve diventare una società educante, bambini/e e ragazzi/e non possono essere artificialmente reclusi in luoghi marginali. Devono poter vivere il mondo e apprendere da esso. Tutti gli adulti devono essere coinvolti nell’educazione, anche chi non ha figli e ognuno/a in base a quello che può portare, a livello pedagogico. Fuori dalle fettine di saperi diversi di cui non si trova il bandolo e che crea soggetti incapaci di leggere la realtà complessa, occorrono urgentemente figure educanti vere, capaci di relazionarsi e che mettano in atto delle esperienze vitali senza più recitare il ruolo del ripetitore di saperi preconfezionati. Occorre inoltre, e non è una cosa marginale, recuperare la deambulazione, cioè riattivare una pratica educativa che non sia più esclusivamente mentale e logocentrica. “Per rimettere in piedi una società rovesciata”, una società che non è più ambiente accogliente alla vita umana ma territorio pericoloso e divisivo, soprattutto per i più piccoli, abituati a girare sempre e solo con guardie del corpo al loro fianco, in un territorio ostile.

Tutto questo si fa a piccoli passi, ma si deve fare con convinzione. Fino a quando questo territorio ostile che sono diventati i nostri centri abitati non ritornino ad essere territori educanti per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, e territorio accogliente alla vita umane e non contrapposto alla vita della Terra. Occorre guardare il territorio e le sue opportunità, i parchi, gli edifici da recuperare: fare una mappa di possibilità e costruire gli itinerari per sfruttare queste opportunità che diventino fruibili a gruppi di alunne e alunni, all’interno del loro percorso educativo. A Milano, aggiunge infine Mottana, è nata un’esperienza di questo tipo chiamata Quartiere educante, che vede coinvolte due scuole secondarie inferiori.

Nella prefazione al libro di Mottana-Gallo sull’educazione, leggiamo queste parole scritte direttamente dall’editore Gianluca Ferrara, che ha voluto introdurre il testo proprio per il suo carattere rivoluzionario e innovativo: “Con gli anni ho capito”, scrive Ferrara, che è dura vivere liberamente in un mondo di prigionieri e carcerieri. I primi ti temono e ti contestano, i secondi cercano di gettarti in qualche cella sociale. A mio parere, il vero e primo obiettivo di un ‘educatore’ dovrebbe essere quello di insegnare al bambino ad ascoltare e accogliere le proprie emozioni, fargli rimanere viva la consapevolezza che non esiste un solo individuo che alberga nel nostro corpo, ma molteplici. Invece, oggi si tende a catalogare e dare un solo nome (di solito una mansione lavorativa) per ogni persona. Che tristezza”.

Note

[1] https://comune-info.net/2018/10/due-giornate-splendide-educazione-diffusa/

[2] https://www.facebook.com/events/1808299739287622/

[3] http://www.educazionediffusa.it/

 

Gianluca Ricciato

Leggi anche sul tema:

Manifesto dell’educazione diffusa

Figli della libertà: la rivoluzione copernicana dell’educazione

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1 commento su “Territorio educante è il nuovo nome della scuola”

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