Che cosa sono i limiti

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Che cosa sono i limiti

(estratto da Luca De Biase, Apocalittici e integrati nell’epoca dell’intelligenza artificiale, clicca per leggere l’articolo completo)

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Luca De Biase

L’Economist ha calcolato – ricorda Floridi – che la dimensione dei tacchini nell’ultimo secolo è aumentata progressivamente, grazie a migliori allevamenti, cure più efficaci e incroci. E per quanto riguarda il futuro, ha calcolato che se continuano a crescere così finiranno per essere grandi come gli umani in 150 anni e in 6mila anni saranno tanto grandi che il pianeta sembrerà piccolissimo. Ovviamente l’intento di questo paradosso era quello di farsi beffe dei sostenitori dell’approccio esponenziale alla previsione del futuro. Non esistono fenomeni esponenziali che proseguono all’infinito, perché prima o poi arrivano a un limite. Il limite che Floridi ricorda per le capacità del calcolo è nei problemi indecidibili. Ma in realtà esistono problemi fisici che pongono limiti alla crescita della potenza dei chip, esistono problemi culturali che pongono limiti alla crescita del software, esistono problemi climatici che pongono limiti alla crescita economica industriale basata sul consumismo di risorse limitate, e così via. La curva esponenziale prima o poi piega verso l’asintoto e si trasforma in una curva logistica. È l’ecologia che prende il sopravvento. Tenerne conto smantella l’idea di poter prevedere il futuro con lo stile dei singularitariani che banalizzano il futuro come il tempo in cui le curve esponenziali avranno schiacciato ciò che c’è oggi all’infinitamente piccolo o all’infinitamente obsoleto. L’ecologia impone un approccio più sano alla conoscenza. Accetta la complessità. E va a guardare i particolari per cercare una visione generale. Rispettando tutte le specie, tutte le dinamiche, tutte le nicchie eco-culturali… Anzi leggendo nella diversità la vera ricchezza di opportunità.

I singularitariani sono pericolosi più della macchina che prevedono: perché inducono a pensare a un futuro che non esiste e ad attrarre nella loro ideologia molti decision maker, perdendo di vista l’equilibrio dinamico della diversità e distruggendo il rispetto per le varie culture. Ma soprattutto sono compatibili con un’altra e più grave visione fideisticamente esponenziale: quella della finanza che vive dell’idea che la crescita economica sia infinita e illimitata.

Quell’ideologia che dovrebbe aver dimostrato tutta la sua strumentale grettezza con la serie di crisi economiche e culturali generate dalla speculazione finanziaria e dal consumismo insensato si basa sull’idea che la crescita infinita del Pil sia la risposta a tutti i problemi e che sia possibile purché il mercato sia lasciato autoregolato e purché le aziende non incontrino limitazioni normative sulla loro strada. È un’ideologia molto meno innocua dei quella dei singularitiani anche se questi la servono, consciamente o inconsciamente.

Fin dagli anni Settata, i limiti dello sviluppo sono entrati nella consapevolezza dell’umanità, grazie agli studi del Club di Roma e dell’Mit. Ma l’ideologia che scambia la teoria del mercato autoregolato per una realtà, che suppone che la concorrenza perfetta sia possibile e provochi la migliore allocazione delle risorse, che pensa che riducendo sempre e comunque il ruolo dello stato si possa far fiorire l’economia, è riuscita a creare le condizioni ideologiche perché gli umani non decidessero in favore del pianeta e della vita sulla Terra ma solo a favore delle imprese capitalistiche. Il mercato – come insegnava Fernand Braudel – non è il capitalismo. Il capitalismo è tutt’altro, anche se una magnifica operazione di “rebranding” ha fatto in modo che l’Occidente cominciasse a chiamare mercato quello che prima era chiamato capitalismo.

In effetti, il capitalismo che si nasconde dietro l’ideologia del mercato è tutt’altro che concorrenziale. Il capitalismo è il petrolio, il tabacco, le armi, le superbanche d’affari americane. Il capitalismo non è contro lo stato: ha bisogno di leggi che lo assecondino, ha bisogno di uno stato amico. Che nel suo caso è uno stato che fa la guerra, rallenta la trasformazione del sistema energetico verso le fonti rinnovabili, abbassa le tasse per i più abbienti e le imprese, accetta prebende e sostegno politico per i candidati amichevoli. Il capitalismo è fatto di grandi corporation che non fanno altro che sfruttare il loro gigantismo per costruire condizioni di profitto esagerato per sé, per i loro azionisti e per i loro ceo. I loro vantaggi sono considerati un effetto collaterale della crescita infinita che esse stesse dicono di garantire. E per trovare sempre nuovi mestieri da affidare alle corporation chiedono e ottengono privatizzazioni, liberalizzazioni, detassazioni all’infinito: sulla scorta dell’idea che comunque lo stato è ingiusto e inefficiente. Salvo poi chiedere allo stato di ricostruire il loro patrimonio quando lo distruggono in operazioni insensate come è avvenuto nella fase di parossismo indebitatorio precedente la crisi del 2007-2008. Seguono una logica che ormai sembra a sua volta una macchina. Nel corso della crisi del 2008, come mostra Andrew Ross Sorkin nel suo libro “Too big to fail”, i grandi capi delle mega banche si dichiarano impotenti di fronte allo scoppio della bolla dei mutui che si trasforma nella più grande catastrofe finanziaria dal 1929. Segno che anche loro pensano che il sistema sia andato fuori controllo. Ma anche quella spiegazione, nonostante tutto, è fantascienza.

Che cosa è improbabile

L’improbabile è che una macchina prenda il controllo del mondo e scalzi gli umani dalla loro posizione di dominio del pianeta. Ciò che è probabile è che gli umani facciano macchine che distruggono il pianeta e sé stessi. L’economia finanziaria speculativa è una di queste macchine.

È implausibile che una macchina voglia il potere. È plausibile che un ceto dominante voglia mantenersi al potere usando ogni mezzo, compreso quello di affidare la propria difesa alla macchina della speculazione finanziaria, al consumismo senza senso e ai social network manipolatori. Tutte le “macchine” che creano dipendenza e riducono il senso critico sono bene accette. È plausibile che la nuova guerra per l’egemonia globale avvenga attraverso la propaganda strutturale della disinformazione partecipata e la sorveglianza illegittima. È plausibile che il gigantismo di certe corporation capitalistiche sia eccessivo. Non è plausibile che queste macchine siano totalmente fuori controllo. Non è plausibile che gli umani non possano farci niente per correggere il tiro.

I nemici degli umani non sono i meccanismi ma gli umani stessi che li progettano, li mantengono in funzione, non li cambiano.

Il problema è che per cambiare questi meccanismi ci vuole tempo. E occorre avere una visione complessa. Impegnarsi per capire. Impegnarsi per trovare un consenso intorno ad analisi che richiedono attenzione. Gli avversari hanno gioco facile a sparare cavolate facili che fanno presa.

È tempo che anche i costruttori di una convivenza più decente imparino a parlare con semplicità. Ammettendo la complessità. E trovando la semplicità. Ma questa è un’altra storia.

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